In un romanzo del filosofo
inglese, Lukes, il professor Caritat viaggia alla ricerca di un mondo ideale
(S. Lukes, Le disavventure del professor Caritat alla ricerca del migliore
dei mondi possibili, Mondadori, Milano 1997). A un bel momento,capita in
un posto poco simpatico, come il professore ha
modo di rendersi conto già
in treno.
Il professore credeva di
aver pagato il biglietto: subito però viene informato che quel biglietto
dà diritto solo al viaggio. Se vuole il sedile, deve pagare il tempo
di utilizzo. I sedili sono di una società diversa. Può
sempre pagare il supplemento pavimento, o contrattare con gli altri viaggiatori
un posto
più economico. Inoltre,
c'è il supplemento linea (la linea appartiene ovviamente a un'altra
società). Il professore si altera un po': il controllore, allora,
gli fa presente che può sempre scendere alla prima stazione a patto
che paghi la tariffa marciapiede alla società che li possiede. “E
se non pago la tariffa marciapiede?” chiede il professore. “In tal caso,
non può scendere. A lei la scelta. Libertà di scelta! E'
a questo che crediamo qui in Libertaria.”
Libertaria è un posto
dove tutto è stato privatizzato, o in via di esserlo; dove gli ospedali
psichiatrici vengono chiusi da un giorno all'altro, e i pazienti restituiti
alle loro vite libere e autosufficienti (portandoli dai parenti, per chi
ce li ha, o scaricandoli all'Autostazione centrale); dove è stata
abolita la tassazione progressiva (chi più ha, meno paga) e le strade
sono piene di barboni; dove all'Università si insegna come speculare
in borsa, salvo che gli studenti hanno appena i soldi per i libri; dove
i parchi e le spiagge sono usufruibili dietro acquisto di quote d'uso.
Il professore scapperà,
pensando amareggiato a un pover'uomo che incontrava alla fermata dell'autobus,
e che passava i suoi giorni lì, perfettamente libero come tutti
gli altri, di fare qualsiasi cosa, visto che nessuno glielo impediva, ma
senza il becco di un
quattrino (ma questo, dicono
a Libertaria, non è una questione di libertà, e quindi non
è rilevante).
In Italia si moltiplicano
i “liberali” che vorrebbero farci cittadini di Libertaria: bisognerebbe
cominciare a spiegare che il liberalismo è un'altra faccenda, e
forse, attingendo da una delle migliori tradizioni culturali italiane,
il liberalsocialismo, si potrebbe anche osare di più, sino a dire
che il liberalismo richiede uno sforzo per affermare l'eguaglianza delle
opportunità, per riequilibrare le ingiuste differenze che la lotteria
naturale sempre crea tra gli uomini e che il libero mercato, senza interventi
pubblici, rischierebbe semplicemente di riprodurre.
Ci troviamo invece a combattere
gli opposti estremismi: a chi invoca la rivoluzione reaganiana, si oppongono
i difensori puri e semplici dello Stato burocratico-interventista.
Il rischio grosso sarà
allora di ritrovarci tutti a Libertaria non perché qualcuno lo ha
scelto e voluto, ma perché non ci saranno più altre scelte
possibili: potremmo avere lo Stato minimo agognato dai liberisti attraverso
la via meno simpatica: quella del collasso.
Per evitare quest'esito,
occorrerebbe procedere sì alla cura dimagrante del nostro Stato,
ricordando sempre però che oltre agli imperativi dell'efficienza
esistono quelli dell'equità. Sarebbe il compito, non facile, della
sinistra.